L’altra Liberazione
Matteo Dominioni, 05.05.2020, “Il Manifesto”
Resistenza africana. Il 5 maggio ad Addis Abeba è festa nazionale. Sui partigiani d’Etiopia, gli arbegnuocc, esistono pochi studi, eppure non furono passivi attori della storia ma fra i primi a sconfiggere Mussolini
Gruppo di partigiani, 5 maggio 1941 (Istitute of Ethiopian Studies di Addis Abeba)
Il 5 maggio in Etiopia è festa nazionale: si ricorda quando nel 1941, dopo un lungo di esilio, l’imperatore Hailè Selassiè fece ritorno ad Addis Abeba, a 5 anni di distanza esatti dall’ingresso in città di Pietro Badoglio. Selassiè avrebbe potuto raggiungere la capitale alcuni giorni prima, ma rallentò la marcia perché volle compiere un vero e proprio pellegrinaggio, laddove si consumarono efferate stragi: Debre Marcos, Ficcé, Debra Libanos. Tenne discorsi incentrati sulla pacificazione nei quali invitò la popolazione a non compiere vendette contro gli italiani in quanto tali. Fece sempre una netta distinzione fra fascisti e italiani, anche negli anni successivi, pure nel 1970 quando si recò a Roma in visita ufficiale.
L’ASSENZA
DI RAPPRESAGLIE unitamente all’invito rivolto a molti tecnici e operai di
restare in Etiopia furono comportamenti e approcci da inquadrare entro una
cultura tutto sommato pacifica, pur essendo gli etiopici orgogliosi delle
proprie tradizioni guerriere, e capace di distinguere tra europei, italiani,
bianchi e fascisti. Eppure revisionismo e negazionismo hanno spesso fatto leva
su questo per sostenere che non vi furono rappresaglie perché la colonizzazione
italiana non fu brutale e che tutto sommato portò a termine la sua missione
civilizzatrice.
Sulla lotta di liberazione dei partigiani etiopici, arbegnuocc, purtroppo non
esistono studi e ricerche esaustive ma solamente abbozzi. Da parte etiopica
sono diversi i contributi che si basano sulle testimonianze orali, su
interviste che, essendo state svolte per lo più tardivamente, non riguardano i
principali comandanti partigiani, oppure su memorialistica e autobiografie non
sempre scientificamente attendibili.
DA PARTE
ITALIANA qualche informazione può essere ricavata dai volumi dei
reduci che presero parte alle cosiddette Operazioni di grande polizia coloniale
o dalle ricerche di storia militare che presentano però il forte limite di
essere state svolte utilizzando soprattutto fonti italiane o britanniche. Ciò
detto, è opportuno prendere atto del fatto che negli ultimi anni sono stati
pubblicati importanti volumi sulle violenze e i crimini commessi dagli
italiani.
Oltre le innumerevoli opere di Angelo Del Boca ricordiamo, dimenticando
sicuramente qualcosa, gli studi di Giorgio Rochat, Nicola Labanca, Paolo
Borruso, Ian Campbell, Simone Belladonna, Antonella Randazzo e il sottoscritto.
Per quanto riguarda la divulgazione più che pregevoli sono i docufilm di
Valerio Ciriaci, Sabrina Varani e Lucio Brunelli e i testi letterari di
Francesca Melandri (Sangue giusto, bel volume, tradotto in più lingue) e
Gabriella Ghermandi (Regina di fiori e di perle), artista italoetiopica,
la quale ha raccolto le memorie, le canzoni e i detti dei partigiani del suo
paese d’origine che riutilizza anche in spettacoli e concerti dal forte impatto
emotivo.
INDIPENDENTEMENTE dalla frammentarietà delle varie ricerche, tali perché non offrono un quadro organico del fenomeno resistenziale degli arbegnuocc, possiamo stilare una cronologia per sommi capi ripartendola in tre fasi. Dopo l’occupazione di Addis Abeba da parte di Badoglio nel maggio del 1936, il territorio dell’impero d’Etiopia per gli italiani rimase per parecchi mesi insicuro poiché al di fuori dei centri abitati imperversavano soldati nemici allo sbando e un gran numero di banditi, scifta. Nelle regioni occidentali erano ancora in azione alcuni reparti del vecchio esercito etiopico ormai braccati e perennemente in fuga mentre in altre aree venivano segnalati continui scontri e assedi contro residenze, presidi o isolati fortini che il più delle volte si concludevano con pesanti sconfitte per gli etiopici. Si trattava di gruppi comandati da notabili del vecchio impero che si muovevano alla luce del giorno sfidando frontalmente il nemico perché per loro il combattimento era sinonimo di eroismo e per questo motivo doveva avvenire con criteri tradizionali e, in molti casi, all’arma bianca. Anche se isolati e circondati, gli italiani potevano contare su mitragliatrici, artiglieria e supporto da parte dell’aeronautica (bombardamenti, mitragliamenti e aviolanci).
NELL’ESTATE
DEL 1937, dopo la proclamazione della guerra santa in risposta alle
esecuzioni segrete avvenute nella zona del Lago Tana, alcuni comandanti
partigiani tennero degli incontri nei quali stabilirono di darsi una struttura
più snella e di ricorrere alla guerriglia. Diminuirono le perdite e gli
attacchi cominciarono ad essere più efficaci. Si trattava però di una lotta
condotta nel totale isolamento e con grande scarsità di mezzi, che divenne
gradualmente sempre più ardua a causa della carestia e per l’invasione delle
locuste. Inoltre le Operazioni di grande polizia coloniale e le relative
violenze contro i villaggi e i civili aumentarono di numero e intensità. A
Rodolfo Graziani vengono attribuite le più efferate stragi ma il suo rimpatrio
non segnò una discontinuità, anzi. Con l’arrivo di Ugo Cavallero le cose non
cambiarono, diciamo, piuttosto, che la ricerca non si è mai sufficientemente
soffermata sulle sue responsabilità.
Con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Gran Bretagna gli eventi
presero decisamente una piega diversa. Gli arbegnuocc cominciarono a ricevere
aiuti e molti si unirono alle truppe britanniche composte per lo più di
kenioti, sudanesi e indiani. Ascari e bande collaborazioniste abbandonarono in
massa gli italiani e tornarono ai loro villaggi.
OCCORRE
RICORDARE che non vi fu solamente una resistenza in armi ma anche
un’organizzazione ramificata persino tra coloro i quali offrivano servizi
all’amministrazione coloniale: talpe e doppiogiochisti che raccoglievano
informazioni e che svolgevano azioni di propaganda fin dentro i cosiddetti
campi lavoro dove risiedevano operai, muratori, camionisti.
Alcuni italiani passarono dall’altra parte ma si contano sulle dita di una
mano. Diverso fu il caso di Ilio Barontini che, insieme ad Anton Ukmar e Bruno
Rolla, guidò una missione organizzata dal Partito comunista d’Italia e coperta
dai servizi britannici. Rimase alcuni mesi tra i combattenti del deggiacc
Mangascià del Goggiam dove insegnò l’utilizzo degli esplosivi, diede istruzioni
sulle tecniche di guerriglia e diede alle stampe un giornaletto clandestino in
lingua amarica e in italiano.
Per concludere. In occasione di una iniziativa in ricordo dei martiri delle
stragi di Addis Abeba del 19-22 febbraio 1937 tenutasi a Roma lo scorso
febbraio, la Association of Ethiopian patriots ha fatto pervenire agli
organizzatori una lettera nella quale si può leggere: «le azioni delle
associazioni che hanno a cuore l’Etiopia nel favorire presso il pacifico popolo
italiano, soprattutto i giovani (…), sono molto incoraggianti. I vostri
lodevoli sforzi servono cosicché questi crimini non vengano dimenticati».
Questo ci insegna che la lotta al fascismo non fu solamente europea. Sarebbe
forse il caso di ripensare il 25 aprile in termini più vasti affinché
l’antifascismo diventi un valore universale e perché gli altri non siano più
considerati solamente come vittime di crudeltà e quindi passivi attori della
Storia ma che venga loro riconosciuto di essere stati i primi a sconfiggere
Mussolini.